Conigli dal cilindro

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Le ultime prestazioni offerte dal Napoli di Gattuso raccontano di una squadra che - dopo un inizio di stagione più che convincente - anziché crescere si è pericolosamente involuta.

Un’involuzione di gioco e di idee prima che di risultati. Un’involuzione nella solidità difensiva e probabilmente pure mentale.
Un’involuzione che non può essere nascosta dalle assenze pure assai longeve di alcuni “big” della squadra: se è vero - come è vero - che queste alla lunga non possano non farsi sentire, è pur vero che il tecnico calabrese, messo di fronte alle difficoltà, non sia sempre riuscito a fare di necessità virtù.
La storia del calcio, anche quella recente, brulica di tecnici riusciti a pescare proprio nei momenti più complicati il coniglio dal cilindro, inventando soluzioni risolutive laddove queste sembravano impensabili.
Un esempio, volendo restare all'ombra del Vesuvio, è quello di Dries Mertens, oggi il calciatore più prolifico della storia del Napoli ma cinque anni fa semplice alternativa di lusso a Lorenzo Insigne sull'out di sinistra. Nemmeno lui avrebbe potuto immaginare, ormai sulla soglia dei 29 anni, di diventare - complice l’infortunio di Milik ed il momento difficile di Gabbiadini - il sublime centravanti che abbiamo avuto la fortuna di ammirare con Maurizio Sarri in panchina.
Intuizioni geniali, insomma, che possono sembrare strampalate, perfino improvvisate, ma che riscrivono la storia e rivelano altre strade possibili. Intuizioni come quella di un Max Allegri che, varando in un lunch match contro la Lazio del gennaio del 2017 il 4231 che avrebbe poi portato i suoi bianconeri ad un passo dal triplete, schierò Mandzukic, fino ad allora centravanti purissimo, da esterno sinistro, Paulo Dybala sulla trequarti e Cuadrado sul versante opposto, con una mediana composta da Khedira e Pjanic, rilanciando così le ambizioni di una squadra che pochi giorni prima era stata battuta dalla Fiorentina di Sousa ed imprimendo il cambio di passo necessario per poter restare ai vertici.
Probabilmente a situazione data a Gattuso non può essere chiesto di competere per lo scudetto o di esprimere il calcio dell’Olanda di Cruyff (e d’altronde non gliel’ha chiesto nessuno), ma che dopo sei mesi di campionato - dei quali la metà passati senza avere a disposizione i calciatori di cui lo stesso Rino ha iniziato nelle ultime settimane a lamentare pubblicamente l'assenza - la squadra continui ad apparire disordinata, mentalmente a pezzi e tatticamente criptica è una responsabilità grave da cui il tecnico non può nascondersi.
Certo: non per tutti e non sempre è possibile inventarsi la formula vincente, ma resta inaccettabile vedere una squadra come il Napoli, che ha potuto permettersi perfino nei momenti più difficili di schierare calciatori del calibro di Insigne, Lozano, Zielinski, Politano, Fabian, Koulibaly e Manolas, ridotta alle prestazioni confuse, quasi improvvisate (quelle sì) viste quantomeno dalla partita di Udine in poi.
Chi scrive si augura che il buon Ringhio possa effettivamente ritrovare il bandolo della matassa. Eppure urge farlo in fretta perché il calcio, anche e forse soprattutto quello post-Covid, non può permettersi di aspettare nessuno, e con il ciclo durissimo che attende i partenopei a partire dalla partita di ritorno della semifinale di coppa contro l'Atalanta, se non sarà Gattuso a trovare soluzioni rapide ed efficaci, forse sarà costretto a farlo quel De Laurentiis che, a questo punto, ha più di un motivo per non essere affatto soddisfatto del suo allenatore.

Di Luca Zaffiro

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