Quando il mare è calmo tutti sono marinai

Quando il mare è calmo tutti sono marinai
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Quann' 'o mare è calmo, ogni strunz è marenaro
Un dominio incontrastato, due legni e un rigore netto proprio sul gong che Manganiello non s’è preso manco il fastidio di andare a rivedere al VAR bastano a descrivere i motivi della crisi di una squadra che ha concesso il gusto dell’impresa pure ad un Genoa straordinariamente concreto e risollevato da un commovente Davide Ballardini?

Solo le assenze - tante, troppe - che invece di diminuire aumentano, di giornata in giornata, possono spiegare i passi indietro di un Napoli che non più di qualche mese fa tra Genoa ed Atalanta ha fatto dieci gol e che nelle ultime due partite ha avuto una difficoltà enorme a farne anche solo uno?
È semplicemente a causa del “calcio pandemico”, dove non ci si riposa e dove ci si allena poco, che certe disattenzioni difensive, certi errori di posizionamento, certe vecchie fragilità si sono ripresentate con veemenza?
È la sola mancanza di un’alternativa seria e di livello ad un Mario Rui in fase innegabilmente calante a poter giustificare sette sconfitte in venti partite di campionato, di cui alcune francamente imbarazzanti?
Ecco: credo che per venire a capo del curioso caso della squadra partenopea bisognerebbe porsi domande giuste e mettersi alla ricerca di risposte serie e sufficientemente complesse.
Muovendosi da una consapevolezza di ferro: le assenze, i pali e gli errori arbitrali (specie in partite come quella di ieri) sono tutt’altro che alibi e non possono che finire col condizionare i percorsi, annebbiare la vista, imbastire castelli di rimpianto. E però se commettessimo l’errore di farli diventare semplicemente alibi - alibi e basta - finiremmo con l’accettare supinamente l’idea che è in qualche modo legittimo farsi gol da soli, concedersi momenti della partita dove le distanze tra i reparti sono siderali e il palleggio è lento, stucchevole ed inefficace e perfino far sembrare il vecchio Pandev e il giovane Pobega Maradona e Pelé.
E invece no, non è legittimo. Non è legittimo per niente. Pure se ti mancano calciatori importanti. Anche perché le squadre con cui ci siamo messi a perdere punti hanno schierato in difesa - con tutto il sacrosanto rispetto - l’irreprensibile Ismajili, un mediano adattato quale Radovanovic e nientepopodimenoché Pawel Dawidowicz, che non sono certamente meglio di Manolas, Maksimovic e Rrahmani, che hanno avuto un costo complessivo (ottanta milioni) che nessuna società italiana - a parte la Juventus che li ha spesi per De Ligt - ha sostenuto per rafforzare il pacchetto arretrato negli ultimi anni.
Va da sé che o sono scarsi e senza spina dorsale (e quindi questi soldi sono stati spesi malissimo) ed io chiarisco che non lo penso, o il problema è più complesso, tattico e mentale, e c’è chi continua a guardare soltanto il dito.
Torniamo alla rubrica “detti popolari”, che ultimamente ci è molto d’aiuto: c’eravamo lasciati con la certezza di essere incudine, sostenendo l’intuizione del Gattuso delle ultime due gare di attendere il momento giusto per ricominciare a martellare, resistendo alla mareggiata e limitando i danni, per poi lanciare - recuperata brillantezza - l’assalto agli obiettivi stagionali. Che si possono raggiungere pure senza “la grande bellezza”.
Il risultato di ieri, figlio di una prestazione pur sempre confusionaria ma offensivamente migliore delle precedenti, racconta invece di una squadra che pur provando ad opporre la sua resistenza è finita con l’imbarcare altra acqua. E qui si dice che quando il mare è calmo, caro Rino, ogni stronzo è marinaio. Quel qualcosa in più - che ad oggi a questa squadra manca eccome - deve venir fuori nelle difficoltà. E di fronte ci sono due partite (Atalanta e Juventus) che, in questo momento, più difficili proprio non si può.

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