Testate di resistenza, ma non di rilancio

Testate di resistenza, ma non di rilancio
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Bakayoko fa il Ghostbuster e scaccia fantasmi e crisi, ma questa squadra ha il dovere di fare di più.

La testata di Bakayoko tiene il Napoli a galla.
Sì, a galla. Seppur boccheggiante.
Boccheggiante perché discontinuo, ondivago, impreciso.
E anche perché nettamente al di sotto delle proprie possibilità, nonostante l’insperata vittoria della Dacia Arena.
Oramai credo di essermi fatto un’idea dell’uomo Gattuso, e credo che fondamentalmente da qualche settimana il mister avverta lo stesso senso di insoddisfazione di chi scrive: se il Napoli – nonostante le assenze prolungate di Koulibaly e Mertens e quella prolungatissima di Osimhen – avesse reso non alla metà delle proprie possibilità ma quantomeno alla metà del proprio inderogabile dovere, oggi avrebbe almeno 36 punti, con la partita dello Juventus Stadium da recuperare. I tre punti persi al Maradona contro il novello e – con tutto il rispetto – modesto Spezia e i due punti persi contro un Toro che in questo inizio di stagione non ne ha imbeccata una avrebbero permesso al Napoli di avere un considerevole vantaggio anche mentale sulla rediviva e vigorosa Atalanta di Gasperini in prospettiva Champions e di essere considerato a tutti gli effetti tra i team impegnati nella lotta scudetto in vista della seconda parte di stagione.
E invece il colpo di testa a tempo scaduto del mediano francese ha tutt’altro sapore. È un colpo di testa anticrisi, che sa di resistenza, ma non di riscatto. Che permette al Napoli di vincere una partita importante e che avrebbe pure potuto perdere e che quindi mantiene il Napoli attaccato al treno Champions, ma non più di questo.
È un urlo liberatorio dolce, ma amaro. Rabbioso.
Perché a dominare è un sentimento di frustrazione dinanzi alle istantanee di un campionato che ci sta dicendo quanto nonostante gli sforzi il Napoli rischi di essere sempre allo stesso punto. Vorrei, ma non posso. Avrei le qualità per farlo, ma non ci riesco. Sarei capace a correre più veloce di Bolt, ma mi fermo sul più bello. Questo è forse il più grande limite della gestione Gattuso: dopo un anno il Napoli ha rivisto, in queste settimane, i fantasmi della scorsa stagione. E tutta una serie di equivoci tattici e tecnici, al di là dei grossi limiti mentali e caratteriali che meriterebbero una trattazione a parte, sono venuti di nuovo a galla, e prepotentemente. Perché l’impressione è che con l’infortunio di Osimhen, il manichino su cui Gattuso stava costruendo il nuovo Napoli, la squadra sia tornata a non avere un’identità chiara. L’impressione è di essere attaccati alle giocate di un Lorenzo Insigne spremuto, che non sta saltando un minuto e da cui è quindi lecito aspettarsi meno lucidità sotto porta rispetto a qualche settimana fa, o alle folate di un Lozano ispirato, vero mattatore di questo inizio di stagione dei partenopei. Nulla di catastrofico: tutte le squadre dipendono dai loro calciatori più importanti. E però la forza di un allenatore, specie in una piazza come Napoli, dovrebbe essere pure quella di imprimere un’idea di gioco tale, anche variabile in relazione ai calciatori che si hanno disposizione, che quantomeno per battere lo Spezia e l’Udinese – sempre con tutto il rispetto – dei campioni (o dei calciatori come Osimhen, fondamentali per giocare in un certo modo) si possa pure provare a fare a meno. Il Napoli non ha ancora raggiunto questo livello.
Gattuso pare avere la fiducia della società e dei tifosi perché si tenti di fare un passo avanti. E però come abbiamo scritto già qualche giorno fa, dovrebbe evitare di recitare sempre la stessa manfrina – trita e ritrita – ad ogni post partita e assumersi la sua quota di responsabilità e lavoro per migliorare la situazione. Spero, ma sono sicuro, che lo farà.

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